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Essere sorella di una ragazza con disabilità

Essere sorella di una ragazza con disabilità

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Ho una sorella di sei anni più grande di me, si chiama Sara.
Da che ho memoria lei c’è. Da piccola mi vergognavo ad uscire con lei perché le persone ci guardavano sempre ed insistentemente, sentivo spesso commenti del tipo: “poverina”, oppure: “o buon Dio proteggila” e così via. A volte accadeva che quando entravamo in qualche negozio, ma succedeva anche ai giardini o al mare, le persone ci guardavano e dopo un po’ si allontanavano. Spesso gli altri bambini mi prendevano in giro dicendomi che avevo una sorella handicappata. Quando ero piccola rimanevo in silenzio di fronte a questo, non sapevo che fare, di solito mi allontanavo e giocavo per conto mio, ma rimanevo male, guardavo mia sorella che non capiva bene cosa accadeva e mi faceva pena. A mia madre non chiedevo niente, lei aveva sempre il viso preoccupato, stanco.
Il periodo più brutto è stato quello dell’adolescenza da una parte mi sentivo responsabile per Sara, lei mi cercava in continuazione, voleva stare sempre con me e quando uscivo con le mie amiche senza di lei mi sentivo terribilmente in colpa. Mamma mi diceva di portarla con me ma io a volte non la volevo, mi sentivo oppressa, non so come spiegare, avevo voglia di non pensare a niente se non a me stessa. Sara camminava lenta, ripeteva le cose mille volte e spesso succedeva che se non le facevo fare quello che voleva, lei si impuntava e faceva le scenate in mezzo alla strada, davanti a tutti. Le mie amiche che sono sempre state molto comprensive della mia situazione dopo un po’ si stufavano e mi dicevano: “ma che oggi porti anche Sara?”. A volte, proprio per evitare imbarazzi o situazioni spiacevoli, evitavo di uscire. È difficile spiegare come ci si sente, da una parte si prova amore verso la persona con disabilità, ma dall’altra si sente come una catena, come qualcosa che non ti lascia libero.
Sentivo di non potermi arrabbiare mai, con nessuno, i miei erano sempre impegnati su Sara, le sue terapie, i suoi esercizi e così via, io invece dovevo pensare solo a non farli preoccupare, c’era già Sara che ci pensava! Sono stata in questa situazione di rabbia repressa e isolamento per molto tempo, mi sentivo triste e furiosa allo stesso tempo, e sentivo che non potevo dire a nessuno come mi sentivo, perché non era giusto, nessuno aveva colpe o responsabilità con chi potevo prendermela? Con Sara ero diventata antipatica, fredda, la trattavo male e la tenevo lontana da me, poi un giorno accadde qualcosa che cambiò il corso degli eventi.
Uscii per accompagnare Sara a comparsi un paio di calze, le servivano per una recita di Natale che doveva fare con il gruppo del doposcuola. Lei era molto eccitata all’idea, Sara è molto vanitosa, le piace vestirsi bene ed essere “carina” ancora oggi, figuriamoci quando era più piccola!!!. Durante il tragitto per raggiungere il negozio di calze, Sara era visibilmente eccitata, ripeteva la stessa cosa con gridolini di contentezza e saltelli, a me veniva un po’ da ridere e un po’ da vergognarmi perché tutti si voltavano a guardarci, ma mi faceva piacere vederla così contenta. Lungo il percorso però passammo davanti ad un gruppetto di ragazzini che si stavano divertendo a tirare micette sotto le auto che passavano, ridevano nel guardare lo spavento delle persone. Pensarono bene di tirarne una tra i nostri piedi e di gridare cose offensive, quindi irripetibili, a mia sorella. Ancora adesso non so descrivere cosa mi prese in quel momento ma fu come se tutto ciò che avevo tenuto compresso per tanto tempo avesse deciso all’improvviso di venir fuori, tutto insieme, senza filtri e mediazioni, così senza pensare e senza riuscire a fermarmi iniziai ad urlare con tutto il fiato che avevo in gola mi avvicinai al gruppetto di ragazzini che ancora ridevano, ne presi uno e lo alzai con tutta la forza che avevo urlandogli a un centimetro dal viso, lo rimisi giù ma lo continuai a tenere e ne afferrai un altro non riuscivo a mollarli e gridavo, gridavo fortissimo, intervennero più persone per cercare di calmarmi e più urlavo più piangevo. Ricordo il volto di Sara impietrito che mi guardava fisso, senza proferir parola. Ancora oggi non so se si spaventò più per lo scoppio della miccetta o per la mia reazione.
Quell’esperienza fu fondamentale per me, mi spaventai per la reazione che ebbi ma ciò che mi spaventò di più fu il rendermi conto di non riuscire a fermare tutta quella rabbia, quella disperazione che aveva preso il sopravvento su di me. Mi resi conto che la mia condizione percepita fino ad allora come normale, tanto normale non era. Presi coscienza di avere bisogno di uno spazio o di qualcuno che mi aiutasse a esprimere le emozioni e dare un senso anche a quelle più spiacevoli. Mi rivolsi ad un centro di professionisti ed iniziai una psicoterapia.
Le cose adesso sono molto più serene nel senso che io mi sento molto più serena. Sara vive ancora con i miei genitori ma ha una vita piena: lavora come giardiniera in una cooperativa e si occupa della cura dei fiori. Ha un fidanzato che vede nei week end e due volte a settimana al centro diurno, vengono spesso a trovare me e la mia famiglia.
Nel frattempo io sono diventata mamma …è molto divertente vederla indossare i panni della zia, con i miei figli è così attenta e premurosa, li vizia tantissimo ed io, glielo lascio fare.

Miriam, 32 anni