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Fare spazio, per cominciare

Fare spazio, per cominciare

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Ciao, sono Nello e ho 23 anni. Adesso sto cercando lavoro come meccanico e sto da più di due anni con la mia ragazza, Stella. Chissà, forse se ci riesco potremo anche andare a vivere insieme in una casa nostra e magari avere dei bambini.

Però per me arrivare a questo è stata dura. Non è che io sono stato mai una cima, né a scuola né fuori. E mio padre non perdeva mai occasione per ricordarmelo: “Tanto tu non concluderai mai niente”, “Vedi, non studi, non ti importa”, “Sei un irresponsabile”, “Finirai senz’altro per prendere una brutta strada”.

Io mi sentivo quasi come tenuto a distanza da mio padre, che pensava di sapere tutto lui e mi calcolava meno di zero.

E mia madre a dirmi che mio padre era impossibile e che prima o poi ce ne saremmo andati, io, lei, mia sorella e mio fratello piccolo. Ma intanto non cambiava mai niente e anche se litigavano e gridavano tutto rimaneva uguale.

A scuola sembravo ritardato: non rispondevo alle interrogazioni, mi dimenticavo di fare i compiti e nello stesso tempo non riuscivo a stare bene coi miei compagni. Mi sembravano tutti più svegli di me, più simpatici. Io cercavo di inserirmi provando a fare battute e scherzi stupidi, ma col risultato che sembravo ancora più idiota e alla fine venivo preso di mira io, tipo lo scemo del villaggio. Ho dovuto cambiare scuola anche per questo motivo.

Avevo cominciato a pensare che forse mio padre aveva ragione e che per me non c’era niente da fare.

Però le cose iniziarono a cambiare dall’incontro con Luca, il mio compagno adulto. Infatti per problemi economici e altre cose, la mia famiglia aveva chiesto aiuto ai servizi sociali.

Non capivo bene che cosa dovevo fare con Luca: doveva aiutarmi nei compiti? Doveva sorvegliarmi quando uscivo? Una volta mi colpì perché invece di farmi fare i compiti mi chiese se potevamo vedere il mio armadio. Io tenevo tutti i vestiti ammucchiati insieme a quelli di mio fratello e mia sorella: la casa era molto piccola e non avevo una stanza per me. Luca mi disse: “Prova a scegliere una parte dell’armadio e mettiamoci solo le tue cose, piegate e ordinate. Se vuoi ti aiuto”. Poi mi ha detto che era importante avere uno spazio solo mio e prendermene cura.

All’inizio non fu per niente facile: tutti gli adulti mi volevano migliorare, cambiare, a nessuno andavo bene per quello che ero e pensavo che anche Luca sarebbe stato così.

Ma lui mi chiedeva di leggere le storie che scrivevo e apprezzava i miei disegni. Allora scrissi una storia dove io e lui eravamo due super eroi.

In tre anni abbiamo fatto tante piccole cose, semplici, normali, che però mi hanno fatto sentire che valevo qualche cosa. E cose importanti, come la borsa lavoro da meccanico, anche se per me era molto difficile portare avanti qualcosa con continuità. Ma Luca era sempre lì accanto a sostenermi e mai a giudicarmi.

Verso la fine dei nostri incontri, seduti su una panchina, mi ritornò all’improvviso in mente la storia dell’armadio e gli dissi: “Finché io starò in mezzo a cercare di sistemare le cose tra mio padre e mia madre non avrò lo spazio per pensare al mio futuro. Loro sono adulti e non sono io che li devo aiutare: io ho i miei problemi a cui pensare”.

Ricordo che Luca mi disse che quello, in qualche modo, non era l’arrivo, ma l’inizio. Fu un bel modo di concludere i nostri incontri.

Oggi mio padre non c’è più e io sono qua, cercando di realizzare un futuro che non mi sembra una brutta strada, anzi. Sono stato accettato per quello che sono. Avevo bisogno di questo per crescere.